![]() |
|
|
|
SUPERARE L'HOMO OECONOMICUS
ELIA CANEPPELE Titolo tesi: “Superare l’homo oeconomicus” Corso di Laurea in Economia del Commercio internazionale Relatore Prof. Giovanni Tondini Data di laurea: 24/11/2011 ___________________________________________________________________________________ L’idea che l’essere umano abbia raggiunto la propria maturità intellettuale e che, di conseguenza, possa ormai ritenersi libero di non dover rispondere a dogmi etico-religiosi per poter affermare se stesso è molto comune. L’applicazione di una simile mentalità in ambito economico ha portato all’homo oeconomicus, cioè a quell’individuo intrinsecamente egoista che secondo Smith è capace di svolgere una funzione sociale perseguendo il proprio interesse. Infatti gli economisti classici prevalgono in letteratura poggiando le proprie leggi su un modello di uomo particolarmente rigido e categorico: l’homo oeconomicus, dotato di perfetta razionalità e le cui preferenze sono sempre coerenti e stabili nel tempo. Ovviamente tali pensatori non escludono la possibilità che gli esseri umani siano capaci di provare sentimenti come benevolenza ed amore; il punto è che essi ritengono che l’influenza di tali sensazioni non determini l’agire economico. A tutto diviene così attribuibile un prezzo in base alle leggi del mercato. Dunque la teoria economica dominante mette al centro le cose, la ricchezza e le risorse ma non gli esseri umani. Quando la principale motivazione che induce gli individui ad operare diviene la ricerca del massimo risultato, non ci si può lamentare se gli agenti inizino a considerare il raggiro, l’opportunismo e lo sfruttamento opzioni possibili. Questo modo di vedere l’uomo nasce alla fine del Settecento, durante la rivoluzione industriale: si creò una caricatura riduttiva della vera natura umana dividendo l’economia ed il self-interest dalla sfera dello Stato e della solidarietà. Il più grande difetto dell’homo oeconomicus è quello di avere una funzione di utilità che non dipende in alcun modo né dagli altri uomini che lo circondano nella sua esistenza, né dalle relazioni che instaura. Secondo Sen, egli è uno sciocco perché ignora le due forze principali che in realtà spronano l’agire umano: la compassione ed il gusto per il perseguimento del proprio dovere. Oggi il processo produttivo si fonda, più che su catene di montaggio, sulla creazione e personalizzazione dei prodotti con lo sforzo di inseguire una domanda molto complessa interessata soprattutto a componenti simboliche ed immateriali. Invece con l’ideologia alla homo oeconomicus non si tiene conto della forte capacità creativa e della malleabilità mentale che gran parte delle aziende moderne considerano la chiave del proprio successo (insieme al lavoro di squadra). Che la maggior parte degli economisti ragionino con un approccio diverso può essere controproducente. In contrapposizione alla concezione unidimensionale della natura umana sono nati nuovi modelli più profondi che tengono conto anche di altre dimensioni. La teoria economica personalista, di cui Edward O’Boyle è uno dei più importanti esponenti contemporanei, evita di considerare solo il lato egoista dell’uomo e poggia su una fortissima attenzione alla dignità umana. Per gli economisti personalisti il sistema di mercato va arricchito con l’applicazione di giustizia e carità: l’interesse personale rimane necessario ma viene mitigato dalle virtù legate all’attenzione per la condizione degli altri. Anche per l’Economia Civile, di cui Stefano Zamagni è uno dei principali promulgatori, la sfida è quella di far coesistere nel mercato l’efficienza e lo spirito di fraternità come principi di regolazione dei rapporti umani. L’orizzonte individualistico viene così esteso. Molti dei concetti di tale visione derivano dal pensiero sociale della Chiesa. Infatti nell’enciclica “Caritas in Veritate” Papa Benedetto XVI cerca di riportarci ad una realtà più vivibile con un ritorno dell’etica nella finanza. Il mercato va quindi incrementato con forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca per sviluppare una corretta funzione economica. Retta intenzione, trasparenza e ricerca di buoni risultati rendono l’atto economico anche morale e guidano l’umanità verso un possibile sviluppo sorretto dalla preparazione professionale e dalla coerenza. Viene valorizzata anche l’etica del dono, dove l’incertezza di essere corrisposti presuppone una virtù completamente estranea all’homo oeconomicus: una grande fiducia negli altri, fiducia che è comunque alla base di ogni convivenza civile e del mercato stesso. Sul dono si fonda l’esigenza non solo “di avere di più”, bensì “di essere di più” al costo di avere un po’ meno, con la fiducia di poter diventare pienamente felici grazie ai legami sociali. Lo schema antropologico dell’homo oeconomicus può essere ragionevolmente considerato implicato con la crisi finanziaria che tutto il mondo ha vissuto nel 2007-2008, dalla quale si è determinata anche un’improvvisa recessione nel settore reale dell’economia. Per vari pensatori, ed anche a nostro avviso, è frutto di un esame limitato collegare un così grave evento solamente allo sproporzionato indebitamento privato delle famiglie americane ed a quello pubblico in Europa, alla propagazione di una finanza creativa ed all’incapacità dei meccanismi di controllo e di regolamentazione dei mercati. La condotta degli operatori economici non nasce dal nulla ma, essendo soggetti endogeni al modello utilizzato, sono la sua stessa espressione. Una delle tante lezioni che questa crisi ci ha insegnato è che l’etica e le relazioni interpersonali sono necessarie al buon funzionamento dell’economia. Il desiderio di guadagnare ed avere successo si costruisce su un terreno etico. Lo stesso benessere dell’economia attuale esige che si eviti il più possibile il “lucro per il lucro”, come invece è capitato nella recente attività finanziaria. La realtà di fondo è che se un attività è immorale, allora è anche antieconomica. Quella a cui oggi stiamo assistendo, con la voragine dei mercati, non è la fine del capitalismo o dell’impresa in quanto tale, ma si tratta di un segnale che ci ricorda l’esistenza di basi morali da rispettare e di virtù da praticare. Non a caso alcuni imprenditori hanno sentito l’esistenza di sviluppare per conto loro dei nuovi codici etico-comportamentali, non certo per mero interesse filosofico ma con lo scopo di essere più produttivi e competitivi nel mercato. Bisogna andare a vedere nelle aziende per capire ed apprezzare i cambiamenti della visione dell’uomo nell’economia. Tutto questo avviene in varie parti d’Italia dove stanno nascendo gruppi di imprenditori che, riconoscendo i propri limiti, si uniscono ed investono energie per cercare di scoprire insieme come improntare il proprio lavoro sui valori e sulle motivazioni personali. Quindi, anche per chi si occupa solo della pratica, l’homo oeconomicus aveva torto: nel mondo degli affari non contano solo i numeri. Proprio perché viviamo in un mondo di squali trascinati freneticamente da mille impegni, l’imprenditore di oggi deve trovare anche il tempo per fermarsi a ragionare sulla sua esistenza. Se necessario la volontà lo dovrà spingere a cambiare, pena il fatale conto in passivo. L’unica cosa di cui ormai si può esser sicuri è che, più che essere maniaci del lavoro, bisogna iniziare a guardarsi dentro ed accettare le proprie responsabilità. Così si potrà mantenere alta nel tempo la fiamma della passione, l’energia necessaria per realizzare giorno dopo giorno il proprio personale successo. Nell’epoca attuale è divenuto essenziale ragionare su alcuni paradigmi del comportamento degli agenti economici, ed in ultima analisi dell’uomo, non per demolire tutto ciò che si è costruito fino ad ora, ma per svilupparsi e crescere su basi che siano in grado di interpretare diversamente il cambiamento dell’essere umano, dei suoi bisogni e delle sue ambizioni. Per ricollegarci all’inizio, la libertà non va intesa come fare tutto ciò che si vuole, quanto piuttosto libertà da tutto ciò che schiavizza l’uomo. L’essere umano libero non è schiavo degli impulsi delle passioni, della ricchezza e dell’orgoglio. Egli è in grado di valutare gli eventi senza una mera visione individualistica. L’uomo economico aveva rinunciato a distinguere tra ciò che è giusto e quello che è sbagliato, aveva indotto all’allontanamento della morale da qualsiasi campo (soprattutto quello economico). La nuova concezione dell’uomo dà origine ad un modello dove le decisioni vengono prese da agenti economici in grado di tenere conto anche di altri elementi oltre a quelli misurabili matematicamente in maniera analitica. Queste nuove variabili nascono da un’analisi morale dei comportamenti. Se questa affermazione fosse condivisa si dovrebbe sostituire al libero mercato un mercato ancora libero ma tuttavia vincolato all’etica ed alla morale. Coloro che si muovono nel mercato stesso hanno la possibilità di dimostrare che farsi chiamare oggi solo “uomini economici” è scorretto. L’essere umano non è vittima, ma artefice del mercato: può decidere se, cosa e da chi vendere o acquistare. Bene e male sono principi, non merci, e quindi non dovrebbero costituire oggetto di compravendita. La conseguenza finale della condivisione di un orientamento morale sta nel trovare la forza di imporlo al legislatore e, dunque, al mercato, cioè al luogo in cui ciascuno mette in gioco il reddito, il benessere e la propria personale dignità di uomo. |
|
| ALVEC - Associazione Laureati in Economia dell'Università di Verona [© Copyright e Disclaimer] [Credits] |