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LOBBIES E CRISI ECONOMICA: RIFLESSIONI SUL PROBLEMA DELLE COALIZIONI A FINI DISTRIBUTIVI DEL PRODOTTO SOCIALE
Marco Trestini Corso di laurea triennsle: ECONOMIA E MANAGEMENT DELLE IMPRESE DI SERVIZI Relatore: Prof. Sergio Noto Laureato l’11/04/2012 __________________________________________________________________________ “Le distruzioni di un sistema consolidato hanno conseguenze solamente negative? E lo svariato associazionismo che s’aggruma naturalmente nel magma economico-sociale comporta senza dubbio alcuno il progresso della collettività?” Il porre tali questioni non è uno sterile filosofeggiare, ma è piuttosto un porre le basi per approcciare il pensiero dell’economista e scienziato sociale americano Mancur Olson. In particolare, nel suo saggio “La logica dell’azione collettiva”, egli risponde ai precedenti quesiti in maniera inaspettata e rivoluzionaria constatando, tramite il supporto di analisi storiche e pragmatiche argomentazioni, che i grandi sconvolgimenti delle Guerre Mondiali hanno permesso ritmi di crescita postbellici, agli Stati maggiormente lesi, notevolissimi e che le organizzazioni e le collusioni di interessi particolari tendono a ridurre l’efficienza ed il reddito aggregato delle società in cui operano. Ma che relazione esiste nello specifico tra crescita economica (locuzione oggigiorno abusata e agitata come banderuola di una speranza in realtà logicamente latitante) e gruppi associativi? Quali e quante barbe s’intrecciano nel sottosuolo dell’economico? Procedendo con ordine, appuriamo gli andamenti del Pil in rapida ascesa, dal ’45 in poi, in Germania, Giappone e Francia (vincitore decisamente mutilato dal conflitto). Come le case, le industrie e le strade, anche le organizzazioni sociali dei sopracitati escono sventrate, ed il loro riassesto viene poi ostacolato dal Comando Supremo degli Alleati (per gli sconfitti) o dalle dinamiche nazionali stesse (intendasi Francia). In Gran Bretagna, al contrario, perdura la cosiddetta Malattia Inglese, ovverosia un trend di crescita lenta a partire dalla fine del 1800, fino ad aggravarsi dopo la Seconda Guerra Mondiale, mentre prima di questo arco temporale tale economia era protagonista di aumenti del reddito nazionale senza pari. Lì, le associazioni preesistenti resistono eccome, creando una sclerosi istituzionale, e quelle neofite stentano a prendere campo; di associazioni sindacali, ad esempio, si comincia a sentir parlare dal 1860, quindi cent’anni circa dopo l’avvio della Rivoluzione Industriale. Relazioni casuali? Focalizzandoci sul gruppo associativo, specificatamente sul suo funzionamento, argomentiamo la denuncia di Olson in precedenza solamente accennata. In breve, la tipica organizzazione per l’azione collettiva, almeno se rappresenta un segmento limitato della società, avrà un incentivo scarso o nullo a fare qualsivoglia sacrificio nell’interesse sociale, poiché essa può servire gli interessi dei suoi membri in modo ottimale se si sforza di strappare per loro una quota maggiore della produzione della società. Ciò risulterà inoltre conveniente, anche se i costi sociali della distribuzione eccederanno l’ammontare ridistribuito in ragione di un multiplo molto grande; nel corso di un’azione volta ad ottenere una quota maggiore del prodotto sociale per sé, in pratica, non vi è alcun limite al costo sociale che una tale organizzazione può trovare conveniente imporre alla società. Anziché verso la produzione di reddito addizionale, pertanto, le organizzazioni per l’azione collettiva all’interno delle società contemporanee sono fondamentalmente orientate verso la lotta per la distribuzione del reddito e della ricchezza: esse sono “coalizioni a fini distributivi”, ovvero organizzazioni impegnate in quella che una parte degli economisti chiama “la ricerca delle rendite”. Ecco allora che il termine anglosassone “Lobby”, prende una forma decisamente icastica, derivando dal verbo “to lob”, ovverosia “tirare”: il gruppo esercita pressione sulla società al fine d’ottenere un aumento del reddito per la propria cerchia di riferimento, andando così ad inficiare l’efficienza ed il prodotto della società stessa. Le pressioni si traducono sostanzialmente in due linee di condotta alternative: ottenimento di legislazioni maggiormente favorevoli (creando in questo modo un mercato artificiale ed inefficiente, in quanto confluiscono in un settore dove il prezzo è più alto o le tasse più basse solo per merito della legislazione a vantaggio degli interessi particolari risorse che potevano aggiungere al prodotto della società un valore maggiore nei loro impieghi precedenti) o cartellizzazione, concordando di ridurre il prodotto e d’avvantaggiarsi così di un prezzo più alto. Coalizioni differenti difendono interessi differenti, appare pacifico. Emerge allora un altro aspetto degno di nota: quello dei conflitti distributivi che prevaricano gli interessi comuni. Questi ultimi, che tutti o la gran parte degli individui in una nazione o in un’altra giurisdizione condividono, possono essere agevolmente una fonte d’aggregazione, come quando viene percepito l’interesse comune di respingere una aggressione. Nei conflitti distributivi, invece, nessuno può vincere senza che gli altri perdano in egual misura o, spesso, in misura superiore e ciò genera risentimento; così, quando i gruppi di interessi particolari divengono più importanti, ed i problemi distributivi conseguentemente più aspri, la vita politica tende a creare maggiori divisioni. Il conflitto distributivo, per completezza, non è totalmente negativo e l’attualità ci fornisce casi lampanti. La situazione odierna ci vede infatti impantanati in una intricata crisi finanziaria, la quale è stata resa possibile dallo strapotere goduto da banche, agenzie di rating, grandi speculatori e in genere dagli operatori di questo settore a scapito degli Stati e della stessa sovranità nazionale. Se alle pressioni finanziarie ci fosse stata una contrapposizione adeguata del potere politico, delle lobbies imprenditoriali e dei lavoratori, si sarebbe giunti ad un equilibro, magari non perfetto, ma senz’altro maggiormente equo. L’economia parla chiaro. Quella italiana è una realtà senz’altro esauriente circa il freno, fatti salvi alcuni indiscutibili meriti, che organizzazioni e collusioni di interessi particolari possono significare sull’efficienza ed sul reddito aggregato delle società in cui operano; inoltre, smentendo in parte la tesi di Mancur Olson secondo cui le società stabili con confini immutati tendono ad accumulare col tempo più collusioni ed organizzazioni per l’azione collettiva, le organizzazioni del Belpaese sono perdurate nonostante sconvolgimenti politici e sociali notevolissimi. Attualmente si contano infatti 28 ordini, per un totale di oltre 2,1 milioni di professionisti, con un volume d’affari stimato di circa 196 miliardi di Euro (pari al 15% del Pil, compresa la componente sommersa). Senza snocciolare ora tutta la loro storia, che si può far partire dal XII secolo con le Corporazioni delle arti e dei mestieri, né la cronologia degli innumerevoli tentativi a vuoto di liberalizzazioni, né tantomeno le aspre sfide con l’Antitrust risoltesi immancabilmente in vittorie o indolori sconfitte, ciò che preme in questa sede palesare sono i cosiddetti pilastri del fortino professionale italiano. Essi sostanzialmente sono tre: 1) Esami di Stato; 2) Quote, tasse e contributi; 3) Tutela dei propri iscritti. Attraverso questi tre meccanismi, l’enorme potere delle professioni è salvaguardato da qualsiasi minaccia esterna, in quanto viene regolato e prestabilito il numero dei nuovi entranti nell’albo (punto uno), chi in tale albo è presente eroga senza possibilità di rinuncia tasse e contributi al sistema centrale, in quale può così non solo garantire la pensione agli ex esercitanti, ma anche e soprattutto avere la liquidità necessaria per compiere investimenti pure azzardati (punto due), e gli iscritti godono di un’egida pressoché incorruttibile anche quando si macchiano di reati punibili penalmente (punto tre), lasciando candida la facciata dell’Ordine di appartenenza. Il risultato economico di tutto questo è che l’Italia, secondo l’Istituto Bruno Leoni di Torino, nel 2009 si è collocata in fondo alla classifica dell’indice di liberalizzazione degli Stati europei. Tale dato viene poi confermato ripetutamente dalle analisi dell’Unione Europea e dall’Istituto per gli studi avanzati di Vienna che addirittura addita il sistema “modello italiano” come il più rigido del mondo, in relazione alla facilità ad avviare, condurre e organizzare una attività professionale. Il risultato nel quotidiano, d’altro canto, è quello di una collettività frantumata in innumerevoli centri d’interesse, dove è quasi utopistico partorire il sogno d’una scalata sociale, dove addirittura chi dal pulpito governativo vaneggia vuote speranze e vuoti cambiamenti occupazionali, in segreto colloca i propri consanguinei in posizioni invidiabili, con buona pace del merito. Una risposta valida, la risposta, a questa società impaludata e legnosa è nella partecipazione. “Libertà è partecipazione”, profetizzava Gaber. Posto che in una qualunque società, di qualunque periodo storico, la formazione di aggregazioni sociali è pressoché naturale, partendo dalla famiglia che genera nuova vita, incasellando col proprio cognome quel nascente in un determinato scacco del sistema-Paese, fino ad arrivare ai grandi partiti, agli ordini professionali e quant’altro in quanto “l’uomo è un animale sociale” (cit. Aristotele, Politikós), tale comportamento deve essere seguito da un contributo industrioso da parte di ogni singolo individuo, al fine di evitare delle probabili storture. In altri termini, come giustamente osserva Olson, le organizzazioni nascono per difendere collettivamente un interesse comune ai propri iscritti, ma, soprattutto laddove il numero degli iscritti è considerevole e in assenza di incentivi selettivi, la ristretta cerchia della governance persegue interessi personali, concentrando su di sé i benefici maggiori di un’azione di gruppo. È il paradosso dell’azione collettiva. Ecco quindi che l’individuo, la sua singolarità, acquista una importanza centrale nella costruzione di una impalcatura sociale sicura ed equa. Consapevolezza. E la consapevolezza si alimenta di informazione genuina. Questo credo sia il nodo principale della questione, il vero punto debole di tutte quelle lobbies che lavorano più o meno nell’ombra aggiudicandosi porzioni spropositate di reddito nazionale. Olson sagacemente sentenzia che “l’informazione ed i calcoli intorno ad un bene collettivo sono spesso di per sé un bene collettivo”. Il cittadino informato, colto e consapevole dell’importanza dell’erudizione, diventa immune ai giochi lobbistici e ha propensione a distruggerli. Soffre però del fatto che la sua singola azione se isolata non produce risultati significativi su larga scala, quindi s’invischia spesso in quella che Antony Downs definisce “rational ignorance” (ignoranza razionale) sugli affari pubblici, ovvero quando il costo di raccogliere informazioni sull'argomento a sufficienza per prendere una decisione ponderata può superare il potenziale beneficio che ci si può ragionevolmente aspettare di ottenere da tale decisione, rendendo quindi irrazionale la perdita di tempo necessaria per farlo, si preferisce l’ignoranza e tale ignoranza è un’autostrada per l’ efficacia delle lobbies. Ma se egli scamperà al cortocircuito delle relazioni contemporanee, se dialogherà fisicamente con altri soggetti sfuggiti alla ragnatela dell’autismo critico, se favorirà il contatto e la reazione d’idee, allora sì che avrà un senso parlare di crescita. Sociale e, conseguentemente, economica. |
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