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Torna alla home page... Data Odierna: 22 Febbraio 2026   
Cambiare il programma della crescita economica

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Gianmarco Cavallaro
Laurea triennale in Economia Aziendale e Management
Titolo della tesi: La decrescita: motivazioni, caratteristiche e prospettive di un possibile futuro per l’economia
Votazione: 110/110 e lode
Relatore: Prof Paolo Braguzzi
Data di laurea: 06/09/2023
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Appena si accende la televisione, quotidianamente, sui notiziari o su un qualsiasi programma che tratta di economia e attualità, prima o poi ci si imbatterà in qualcuno - che sia il presentatore del telegiornale, un politico in una campagna elettorale o un analista di mercati – impegnato a parlare di crescita economica. È inevitabile, soprattutto in questi tempi di ripresa economica post-Covid, in cui imperversano guerre e crisi energetiche, che si parli di stagnazione e di come uscirne. In questi contesti si confabula e si escogitando modalità per tornare sull’ambito tracciato della crescita economica che ci farà uscire da questi periodi bui, tornando bensì ai tempi splendenti dove i redditi crescevano liberi grazie alla cosiddetta mano invisibile e la gente sorrideva all’interno di case comode o all’interno di macchine rosse fiammanti.
Se però, per caso, non si stia cercando proprio quel programma televisivo, ma magari si voglia fare un po’ di zapping, può capitare benissimo che ai nostri occhi giungano immagini di foreste in fiamme, ettari di ecosistemi intatti da millenni sventrati dall’industria siderurgica e petrolifera, e ancora criminalità, guerre civili e intere popolazioni in condizioni di povertà estrema. Si invocano a gran voce motti e inni per lo stop alla violenza sulle donne, per lo stop al razzismo e alla guerra, e per l’azione contro il cambiamento climatico per provare a curare il nostro pianeta ferito da anni e anni di soprusi e sfruttamento.
Se ci si ferma ad analizzare la situazione ambientale e sociale, e la si studia dal punto di vista storico, si perviene a quanto profondamente trovi la causa nella storia economica occidentale, e quindi ci arriva alla mente, silenzioso e disperato, un monito: che forse la crescita economica non sia il fenomeno che salva l’umanità dai tempi bui della recessione e che non porti unicamente su una strada dorata. Ci fa pensare ad implicazioni più complesse e nascoste con le problematiche mondiali attuali.
Se si guarda ai processi biologici e naturali, nessuno di questi ha una crescita infinita, bensì tutti seguiranno un ciclo vitale che vedrà il susseguirsi di una fase iniziale di crescita, una fase centrale di maturità e stasi biologica, una terza fase di invecchiamento e declino che porterà poi fino alla morte. Ora, dato che i processi biologici sono proseguiti in autonomia fino ad oggi, dominati dall’evoluzione naturale, custodendo una propria legge interna di autoconservazione e di equilibrio dinamico, perché non applicare questa antica legge naturale anche ad un campo così dinamico e in continua evoluzione come l’economia? Perché quindi continuare a crescere e non invece approdare verso gli ultimi due step della vita biologica andando ad esplorare un nuovo paradigma come la decrescita?
Se come descritto precedentemente, ci si prenda la briga di studiare l’evoluzione della storia dell’umanità negli ultimi due secoli e mezzo, e di passare in rassegna le problematiche a livello ambientale e sociale di cui oggi ci facciamo fardello, si nota in modo chiaro che i paradigmi del capitalismo, del libero mercato e della crescita economica potrebbero rappresentare i comun denominatori alla situazione odierna.
Una prima fase di crescita persistente, a tassi non insignificanti, si aprì con la Rivoluzione Industriale, dove nacquero le prime grandi aziende, che spinte dal fervore del progresso scientifico, crebbero a tal punto da creare i primi veri grandi accumuli di capitale e lavoro, tanto da coniare il termine in voga tutt’ora di capitalismo. Già da qui, nei principali centri urbani dell’Occidente, si vide un accenno delle prime grandi problematiche ambientali quali l’inquinamento atmosferico – e non solo – causato dalla massiva concentrazione di fabbriche e opifici. Ma il cosiddetto “game changer” all’interno del sottile equilibrio tra sfera ambientale, sociale ed economica, è stato il periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale. Scienziati e storici affermano che il nostro pianeta è entrato in una nuova fase geologica chiamata Antropocene, in cui l’azione dell’uomo si sta dimostrando determinante nell’alterazione di molte condizioni e processi. Spostando la visione sulla riva economica, è evidente che la storia recente sia stata caratterizzata da un insieme di iniziative politiche e normative volte alla liberalizzazione, privatizzazione e regolamentazione del mercato che hanno dato vita alle principali organizzazioni economiche che oggi monitorano la stabilità del commercio mondiale come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e il World Trade Organization. Questo oltre a ristrutturare e rilanciare l’economia dei paesi occidentali, ha dato nuovo lustro al fenomeno della crescita economica. Dopo un periodo di stagnazione e iperinflazione negli anni ‘70, una nuova classe di studiosi di economia politica proveniente dai banchi dell’Università di Chicago, i neocapitalisti di stampo monetarista, fondò le basi per un’ultima evoluzione del mercato mondiale, la quale però si lasciò alle spalle l’attenzione all’aspetto sociale dell’economia tipica del cosiddetto welfar state.
Andando a mettere a confronto il grafico (Immagine 1) dell’andamento del Prodotto Interno Lordo dei principali stati occidentali con i vari grafici presenti in uno studio di Steffen et al. del 2015, si nota che la correlazione tra l’andamento dell’economia e della sfera sociale e ambientale del pianeta Terra è palese.
Immagine 1: Super-esponenzialità comune alle tendenze di tipo economico, sociale ed ambientale: l’evidente correlazione tra il primo e gli altri due

I trend, che presentano il carattere sempre più evidente della super-esponenzialità, anche detta Grande Accelerazione, rivelano l’utilizzo smodato di modelli di business sconsiderati nei confronti degli ecosistemi nei quali si erano inseriti e dei loro stakeholder - eccezion fatta degli azionisti che hanno goduto dei frutti di questa crescita di reddito -. Queste condizioni hanno portato a innumerevoli esternalità che hanno condotto e stanno conducendo tuttora il nostro pianeta e i nostri rapporti umani verso il baratro.
Per par condicio è giusto richiamare alla mente che i principali problemi presenti al giorno d’oggi sono:
- il cambiamento climatico, che si sta manifestando drammaticamente nell’innalzamento della temperatura dell’atmosfera terrestre;
- la perdita della biodiversità che regola e mantiene intatto il corretto equilibrio degli ecosistemi;
- l’urbanizzazione eccessiva;
- la presenza di forti disparità dal punto di vista reddituale tra i vari paesi del mondo e all’interno dei principali paesi occidentali, denunciata dalle principali ONG e centri di ricerca tra cui Oxfam;
- l’aggravamento della situazione psichica delle persone data da una grave crisi dei valori e delle istituzioni democratiche. Qui, in particolare Stefano Bartolini ha spiegato egregiamente come la felicità delle persone data dalla relazione con gli altri è stata soggiogata da una felicità momentanea ed illusoria data dal bene di consumo.
Alla luce di quanto appena esposto, non è forse l’ora di accendere il notiziario e vedere le
persone di prima invocare però ora a una diminuzione di volumi di produzione e capitale e ad una ricostruzione sociale e ambientale? Non è per caso il momento giusto per vedere un titolone contenente la parola “decrescita”?
Occorre chiarire fin d’ora per la componente più cinica dei lettori che per quanto le premesse siffatte siano reali e urgenti, la soluzione proposta e analizzata nel corso dell’elaborato che porta il nome di “decrescita economica” è una teoria emergente, neonata, neppur minimamente vicina alla considerazione da parte degli alti vertici politici, e né tanto meno vicina all’applicazione. Detto questo, una mossa del Consiglio Europeo per la Ricerca del 2023 ha fatto intravedere a tutti i sostenitori di questo nuovo paradigma uno spiraglio di speranza: ha finanziato tramite 10 milioni di euro un progetto della durata di sei anni in cui si analizzeranno possibili scenari di un sistema economico senza crescita in cui però il benessere sociale e la sostenibilità planetaria dovranno essere garantiti.
Ora, occorre solo capire di cosa tratta questo nuovo filone di ricerca. Innanzitutto, dell’evoluzione di intuizioni e teorie dei pionieri dell’ecologismo e della sostenibilità. In particolare, dal professor Georgescu-Roegen e il suo scritto The Entropy Law and the Economic Process, la decrescita ha ereditato il concetto di impossibilità di crescita del flusso metabolico di un sottosistema aperto, quale il sistema economico, all’interno di un sistema chiuso e limitato qual è la Terra: non si può continuare a crescere all’infinito a discapito del sistema che ci ospita sfruttando le risorse di quest’ultimo, in quanto semplicemente, limitate. I grandi bisogni metabolici del sottosistema e le esaurite risorse del macrosistema porteranno il primo al collasso. I lavori del Club di Roma degli anni ’60-’70 portarono più o meno alle stesse conclusioni ma applicandole, con software e simulazioni avanzate per l’epoca, alla realtà, guardando alle forti interazioni tra popolazione, capitale industriale, consumo di risorse non rinnovabili, cibo e inquinamento. Spostarono per la prima volta la visione da modelli semplici e lineari come quelli delle scienze economiche verso il concetto di cicli di feedback, che regolano i processi più
svariati, dagli ecosistemi all’esponenzialità dei fenomeni socioeconomici odierni.
Il lavoro dell’economista Herman Daly invece ha aperto la strada a una sorta di teoria alternativa o propedeutica alla decrescita, ossia quella dello stato stazionario, nel quale il sottosistema incarnato dall’economia non punta più all’espansione all’interno del sistema chiuso Pianeta Terra, ma bensì alla stazionarietà, in armonia con i processi naturali del macrosistema stesso.
Questi concetti, propri del campo dell’economia ecologica, sono confluiti in un più ampio sistema di argomentazioni e nozioni condiviso con il pensiero di economisti, filosofi e antropologi quali, Serge Latouche e Ivan Illich che costituirono la componente umanistica e sociale della decrescita. I capisaldi in questo nuovo pensiero economico trattano de:
- la volontarietà del processo di decrescita che si distacca dal concetto di recessione, sciagura che invece è contingente e imprevedibile;
- il corretto ridimensionamento della produzione e del consumo atto a riportare l’entità del sistema economico a valori fisiologici nel confronto con il pianeta che lo ospita, aumentando così, oltre alle condizioni ecologiche, il benessere umano a breve e a lungo termine;
- la sostenibilità del processo;
- la supremazia del perseguimento del benessere sociale, della sostenibilità economica e dell‘equità sociale rispetto al Prodotto Nazionale Lordo la cui diminuzione è prevista nel processo: qui l‘obiettivo è la crescita di aspetti qualitativi che gli indicatori tradizionali – tra cui il PIL - non misurano;
- la necessità di un passaggio “from more to better”, cioè un cambio di ottica nella tecnologia che non aumenta la produttività, ma aumenta la qualità del prodotto.
Alcuni argomenti di dibattito si basano sulla dicotomia nell’input di questo paradigma, se debba nel caso partire dalle masse popolari o se debba partire tramite sistemi normativi dalle istituzioni. Un altro dibattito verte sul fatto se la decrescita sia l’obiettivo a lungo termine o una via verso un’economia a stato stazionario descritta poco sopra. Da queste basi poi gli studiosi hanno implementato la teoria applicandola ai più svariati ambiti della vita: infatti è fondamentale capire che la decrescita non riguarda solo l’economia ma abbraccia la vita delle persone in un senso molto più ampio. Da un punto di vista economico sono stati proposti limiti superiori e inferiori a consumi e volumi produttivi, da un punto di vista finanziario sono stati studiate modalità per la riduzione dei tassi a zero, andando ad elidere la parte della crescita proveniente dagli interessi degli investimenti. Un obiettivo chiaro e tra i più probabili, consiste nel campo del lavoro e dell’occupazione: si ambisce qui ad una condivisione dei posti di lavoro, e ad una diminuzione consistente dell’orario lavorativo quotidiano, permettendo così un aumento del tempo libero e di eventuali passioni e interessi che potrebbero nascere e svilupparsi.
Il pensiero dei sostenitori della decrescita rispetto alla vita quotidiana riguarda le varie modalità per un accrescimento dei beni comuni, della socialità, mediante soprattutto la ristrutturazione delle città andando ad esplorare i meandri dell’architettura sostenibile. Inoltre, secondo vari studiosi occorrerebbe ristrutturare le istituzioni democratiche e il grado di fiducia degli elettori odierni; nonché l’istruzione e le sue modalità negli stati occidentali, dove l’ottica all’utilitarismo e alla competizione, hanno sostituito modelli atti ad accrescere l’intelligenza emotiva degli studenti. Un punto di forza di questa teoria è anche nella sua eventuale misurazione: infatti alcuni studiosi, tra cui in particolare Daniel W. O’Neill, in un suo articolo del 2012, analizza in modo attento e specifico le varie tipologie di misurazione, giungendo al fatto che la decrescita, in particolare, si presta a indicatori composti che considerano sia aspetti economici sia aspetti sociali ed ambientali – idea mai considerata dalle principali potenze economiche mondiali fino ad oggi -.
Arrivando alle dovute conclusioni è lampante che il monito giuntoci all’inizio è comprensibile, e che la chiamata al cambiamento è urgente. Nonostante la sua giovane età, la decrescita potrebbe rappresentare la strada giusta, perché, almeno sulla carta, può portare all’instaurazione di una mentalità olistica e poliedrica nell’economia che finora non si è mai vista. Quindi è proprio il caso di cambiare canale e iniziare la visione di un programma nuovo, che non parli più di crescita, o che provi a valutare un’alternativa.


 Premiazione Cavallaro