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Crisi aziendale e comunicazione agli stakeholder. La comunicazione economico-finanziaria di Parmalat Finanziaria S.p.A.

Residori Stefano

Articolo premiato nell'edizione 2004 del concorso "Scrivi un articolo tratto dalla tua tesi.

Titolo della tesi: Crisi aziendale e comunicazione agli stakeholder. La comunicazione economico-finanziaria di Parmalat Finanziaria S.p.A.
Materia: Economia Aziendale (Economia e Commercio)
Relatore: Campedelli Bettina
Data di laurea: 5 Aprile 2004
Votazione finale: 110 e lode

1. IL RUOLO DELLA COMUNICAZIONE NELLE CRISI D’IMPRESA
E’ innanzitutto necessario premettere che negli ultimi anni, alcuni fattori, quali l’evoluzione del contesto ambientale, i cambiamenti legislativi e la crescente sofisticazione dei bisogni informativi degli stakeholder hanno posto all’azienda la necessità di interagire con le varie classi di interlocutori sociali ai fini di generare nei loro confronti credibilità, consenso e, più in generale, fiducia. Ciò vale in particolar modo nelle fasi di crisi, dove questi asset intangibili vanno difesi con estrema attenzione.
Gli esempi del passato sono molti e mostrano come qualsiasi crisi presenta all’azienda non soltanto una serie di problemi per così dire tecnici, legati al prodotto (industriale o finanziario che sia), ma anche difficoltà sotto il profilo dell’immagine esterna.
Ponendo l’attenzione sugli stati globali di crisi, vale a dire quelle situazioni critiche in cui sono gli equilibri economico-finanziari ad essere compromessi, si presenta cruciale la presa di coscienza della crisi stessa e, conseguentemente, l’adozione di interventi propedeutici e preparatori al turnaround.
Il primo e probabilmente fondamentale obiettivo del processo di risanamento è il riacquisto della fiducia, che la crisi solitamente fa venir meno, e in questo riveste un ruolo di primaria importanza la politica della comunicazione, la quale deve gestire la situazione con lucidità, tenacia e competenza, evitando distorsioni nei messaggi che possono ostacolare il rifiorire della fiducia e della motivazione negli stakeholder, perché, ancor più che nei momenti di “fertilità reddituale”, ci si attende un’informativa approfondita, costante e puntuale.
Di contro, il gioco della smentita di voci circolanti o del no-comment (seguiti magari a brevissima distanza da conferme di importanti operazioni), il ritardo non spiegabile e non giustificabile di alcune informazioni in grado di influenzare i prezzi, piuttosto che la tardiva e confusionaria smentita di fatti non veritieri, mal dispongono gli azionisti e la comunità finanziaria in genere.
In particolare per quanto riguarda le società quotate, inoltre, all’immagine è correlata in modo diretto anche la valutazione del mercato; per questo una comunicazione finanziaria attenta ed efficace diventa, per esempio, un mezzo indispensabile per navigare nelle acque spesso tempestose dei mercati borsistici, vuoi per agevolare il collocamento presso il pubblico di masse ingenti di titoli, vuoi appunto per difendere e sostenere i corsi azionari nelle fasi di difficoltà aziendale.

2. IL “CASO PARMALAT”: UNA COMUNICAZIONE POCO
TRASPARENTE
L’approfondimento del tema con l’analisi della documentazione economico-finanziaria emessa da Parmalat Finanziaria S.p.a ha mostrato l’opportunità, soprattutto per le imprese che ricorrono spesso ad emissioni finanziarie, di segnalare al mercato qualsiasi tipo di operazione, specialmente quando presenta confini molto labili con quelli del proprio core business.
Parmalat ha conquistato il proscenio della stampa italiana ed internazionale solo nell’inverno del 2003 per la sua complessa ed opaca situazione finanziaria, ma di fatto la crisi dell’azienda emiliana è passata attraverso una lunga serie di comunicazioni poco trasparenti che non ha permesso al mercato di comprenderne appieno la gestione e le strategie.
Infatti, anche se fino alla scorsa estate nessun segnale allarmistico era pervenuto dai molteplici organi interni ed esterni preposti ad assicurare la buona corporate governance, in realtà, già a febbraio del 2003 la Borsa aveva punito il titolo Parmalat per i continui cambi di rotta e una comunicazione poco chiara sulle caratteristiche di un bond da 300 milioni di euro del quale la società aveva confermato l’emissione solo dopo alcune settimane di indiscrezioni e dietro esplicita richiesta di chiarimenti da parte di Borsa Spa e Consob..
L’avversione mostrata dagli investitori costrinse però la società a ritirare il bond (pur continuando a ribadire la solidità dei fondamentali di credito) nella speranza di dimostrare la propria solidità finanziaria. Rassicurazioni in tal senso, all’apparenza banali e superflue per una società che dichiarava oltre 3 miliardi di euro di liquidità, Parmalat aveva tentato di fornirle anche in precedenza, ma l’opinione è che il fallimento dell’operazione sia stato un caso esemplare di cattiva comunicazione e di crisi di credibilità.
Il deficit di comunicazione (lamentato anche da Assogestioni) aveva fortemente penalizzato il titolo, che era tornato a “volare” a Piazza Affari solo verso la fine del mese di marzo sull’onda dei rumours di un possibile cambio ai vertici dell’azienda, e sulle indiscrezioni finanziarie di una possibile cessione del segmento bakery. Anche se alla fine l’avvicendamento riguardò solamente il responsabile finanziario, accusato di essere stato poco trasparente e indifferente al mercato, il mondo finanziario dimostrava di apprezzare il nuovo management della società che prevedeva di fronteggiare gli impegni futuri con l’utilizzo del cash e aveva avviato anche un piano di dismissioni.
Nonostante la nuova policy della gestione del debito, però, dopo l’estate era spuntato ancora una volta un prestito obbligazionario targato Parmalat: si trattava di un private placement da 350 milioni di euro con Deutsch Bank come lead manager. Tutto questo a neanche una settimana dal comunicato stampa emesso il giorno dell’approvazione della “Relazione sull’andamento della gestione del primo semestre 2003” dal quale si apprendeva l’intenzione del gruppo di non procedere a nuove emissioni di bond nel breve periodo. La “gestazione” irrequieta dell’operazione alimentò inevitabilmente ancora una volta i dubbi sulla comunicazione scoordinata col mercato, sulla fuga di notizie e soprattutto, sulla particolare struttura finanziaria dei conti del gruppo.
A tal proposito intervenne nuovamente anche la Consob, formulando esplicita richiesta di chiarimenti sull’attivo circolante e sul passivo per cercare di capire, visto l’atteggiamento critico verso il titolo che permaneva tra gli analisti, la politica di rimborso delle obbligazioni in scadenza e il modo in cui era investita la liquidità. Parmalat aveva provato a far chiarezza emettendo tempestivamente un comunicato stampa dal quale però emergeva a sorpresa l’iscrizione nell’attivo circolante, oltre che di promissory notes e partecipation agreement, di un investimento per 496,5 milioni di euro in un misterioso fondo d’investimento off-shore (Fondo Epicurum).
Il giorno successivo il titolo fu puntualmente travolto da una tempesta di vendite e Parmalat si vide costretta ad emettere una nota per specificare nel dettaglio l’affare Epicurum. Il comunicato aveva un tono quasi accusatorio e concludeva con indignazione ribadendo la veridicità e completezza della posizione e della comunicazione finanziaria della società e l’inesistenza di un presunto “nodo della liquidità”; il comunicato intendeva inoltre respingere gli abusi di mercato volti ad associare o collegare il gruppo ad altre situazioni di dissesto o scandali finanziari e negava presunte irregolarità contabili.
Appena un giorno dopo l’appassionata difesa del fondo Parmalat annunciava la liquidazione della quota in Epicurum, ma il fondo delle isole Cayman diventò presto un giallo finanziario. Infatti, nonostante le continue rassicurazioni ai mercati, il giorno in cui scadeva un bond da 150 milioni di euro (8 dicembre), l’azienda di Parma comunicava che il fondo non aveva proceduto alla liquidazione della quota alla scadenza prevista.
L’inevitabile conseguenza è stato il declassamento dei bond a junk (spazzatura) e la sospensione dei titoli del gruppo Parmalat quotati in Borsa. Lo stato d’insolvenza è apparso poi evidente quando è risultato falsificato l’estratto conto che provava la presenza di 3,9 miliardi di euro intestati a Bonlat Financing Corporation (controllata da Parmalat) su un conto della Bank of America ed è stata ufficializzata la sospensione dei negoziati per la liquidazione del fondo Epicurum, rivelatosi poi una creazione fittizia. Si chiudeva così la success story, per dirla all’inglese, di Parmalat.
Rimane comunque inconcepibile che una volta compiuto il grande passo della quotazione in Borsa e dell’apertura internazionale, come è riuscito all’azienda di Collecchio, si dimostri ancora tanta idiosincrasia al confronto con il mercato e con le sue regole. Il “caso Parmalat” può anzi essere considerato la lampante dimostrazione di come una mala gestio della comunicazione sociale crei inevitabilmente gravi asimmetrie informative, che si traducono nel malfunzionamento dei mercati, non solo quello finanziario. L’abitudine alla trasparenza e alla correttezza dell’informazione e dei rapporti dovrebbe invece essere un ideale su cui fondare la moderna imprenditorialità visto che, attraverso la creazione del valore, permette il mantenimento dell’equilibrio in una prospettiva di lungo periodo.